
Di Marcello de Angelis. Tratto da http://www.area-online.it/
Nel 2007 Marco Revelli ha pubblicato la sua ennesima riflessione sulla crisi o sussistenza delle categorie destra/sinistra. Nell’introduzione presenta, come dato paradossale, il fatto che le argomentazioni con cui si sono negati ragione di esistere e senso alle categorie contrapposte di “destra” e di “sinistra” provengano, dalla metà degli anni Settanta all’inizio degli anni Novanta, prevalentemente “da destra”.
Ben più paradossale, per lo stesso Revelli, dovrebbe essere dunque il fatto che al momento attuale, mentre da più parti e in più contesti si registra una effettiva sparizione della sinistra politica anche come insieme valoriale di riferimento, la destra appaia invece in buona salute politica e presenti dei connotati che il grande pubblico ritiene di conoscere e apprezzare.
Il problema, a ben vedere - tutto interno alla sinistra - è rappresentato dalla scelta, dal dopoguerra ad oggi, di rappresentare le due categorie politiche non come “luoghi” o porzioni dello spazio pubblico, bensì come opposti di un asse etico, nel quale a destra, inutile dirlo, stava tutto il male e a sinistra semplicemente il suo contrario. Venendo a mancare l’accettazione da parte dell’opinione pubblica di questa antitesi strumentale, la destra rimane con i suoi connotati veri o presunti e la sinistra - in quanto null’altro che antidestra - scompare.
Non tutti ricorderanno invece che il rilancio del dibattito sulle categorie destra/sinistra ha rappresentato un riuscito tentativo di dirottare - e così eludere - un confronto di gran lunga più fondamentale e potenzialmente fondante, lanciato da Ernesto Galli della Loggia nel 1996, all’indomani del crollo della prima Repubblica, con il suo saggio dal titolo La morte della Patria.
In quel libro, Galli della Loggia affermava qualcosa di importantissimo e deflagrante e cioè che tutti i problemi dell’Italia derivavano dal fatto che l’idea di Nazione fosse andata perduta, morta l’8 settembre e seppellita dalla retorica resistenziale. E in mancanza della Nazione anche i termini del dibattito politico nazionale, destra e sinistra appunto, non potevano avere declinazione.
A parte alcuni tentativi di controbattere a Galli della Loggia sul piano politologico, come il rilancio della tesi piuttosto debole di Gian Enrico Rusconi che sosteneva che in realtà al patriottismo della Nazione si era semplicemente sostituito il patriottismo della Costituzione, le reazioni furono perlopiù levate di scudi in difesa della resistenza, testimonianza del fatto che o non si era compresa l’istanza sollevata da Ernesto Galli della Loggia, o più semplicemente non se ne voleva parlare.
Noi - e quando dico noi, alludo a quelli che già allora si trovavano a intraprendere un cammino che proprio dal 1996 ha avuto declinazione ininterrotta e coerente sul mensile Area - raccogliemmo invece da subito quello stimolo di riflessione e, anche se continuamente distratti dalle contingenze della politica politicante e dalle emergenze di quella politicata, abbiamo mantenuto la riflessione sulla rinascita della Nazione come punto centrale della nostra visione strategica.
Un aneddoto che appartiene ad un passato che ormai appare pionieristico, può dare il senso di quanto questo punto sia stato fondante alle origini del nostro percorso.
Nell’estate del ’96 Gianni Alemanno costrinse me e Peppe Nanni ad una full-immersion di tre giorni per dare corpo ad un libro a sei mani che esplicitasse, anche in termini strategici, la visione di un progetto politico nuovo e rinnovativo, di cui noi ci proponevamo di essere i realizzatori, che ponesse nuovamente l’Italia al centro di ogni futura impresa.
Il libro, di cui ho ritrovato di recente l’articolato e completo indice, avrebbe dovuto chiamarsi Morte e rinascita della Patria, evidenziando anche nel titolo l’intenzione di proseguire dalla riflessione di Galli della Loggia.
Il libro non fu mai scritto e credo sia un peccato. Innanzitutto perché ritengo che sarebbe ancora di assoluta attualità, ma anche perché ho ritrovato in quegli appunti una chiarezza di indirizzo che nei dieci anni successivi abbiamo forse smarrito, tra il tentativo di far quadrare la spinta verso il futuro con le paure di perderci l’album dei ricordi di famiglia - paura quanto mai vergognosa, perché se c’era qualcosa che assolutamente andava preservato del nostro passato era la volontà di impossessarsi del futuro - e un po’ di provincialismo che ci ha fatto spesso preoccupare più della presentabilità della nostra immagine che non della validità della nostra missione.
Ora che tutte le scelte sbagliate o sterili sono state compiute e che tutti i successi a portata di mano sono stati conseguiti, credo che sia opportuno e necessario recuperare la chiarezza di visione che ci investì in quella fase, che fu sicuramente solstiziale, per noi e per la nostra Nazione.
Nessuno ricorderà forse un’altra formula di quella fortunata stagione, una formula che venne coniata senza alcuna valenza ideologica dalla stampa ma che poi assunse, grazie ad un’altra esperienza editoriale che era L’Italia settimanale di Marcello Veneziani, una forte valenza programmatica e volitiva: la Rivoluzione italiana.
La stampa, anche quella estera, si riferiva con tale formula al cambiamento radicale che avrebbe potuto verificarsi dopo Tangentopoli e dopo il fallimento del piano che vedeva i post-comunisti di Achille Occhetto riempire lo spazio di potere lasciato vuoto dalla sparizione dei socialisti e della democrazia cristiana.
Per noi, subito dopo, incarnò l’idea che questo cambiamento dovesse avere come asse portante la riscoperta dell’idea che non c’è nulla sopra la Patria e nessun interesse al di sopra di quello nazionale.
Quella rivoluzione si interruppe con la caduta del primo governo Berlusconi e a tutt’oggi attende di essere realizzata, ma in questi dieci anni ne abbiamo parlato così tanto che abbiamo forse perduto di vista il fatto che una rivoluzione nazionale non si fa semplicemente con delle riforme istituzionali. Manca ancora la rivoluzione culturale, senza la quale nessun cambiamento sarà duraturo.
Riporre la Nazione al centro, significa che l’interesse della Patria deve essere il quantum di qualsiasi proposta e iniziativa che prenderemo in considerazione da ora al futuro. Che si tratti del federalismo fiscale o della riforma degli ordini professionali, il fine ultimo di qualunque iniziativa deve essere il rafforzamento a lungo termine della coscienza nazionale, della coesione della comunità nazionale, della riscoperta del senso civico e della volontà di realizzare la Nazione come impresa comune.
Io resto per esempio dell’avviso, come sostenemmo in un numero di Area dal titolo “Apologia del piccolo”, che le dinamiche attuali portano inevitabilmente ad una riconsiderazione del decentramento amministrativo che ha assegnato troppo potere alle regioni, che in molti casi non si sono dimostrate all’altezza del compito gestionale, come nella spesa sanitaria, e che invece il nostro modello di federalismo debba fondarsi su unità amministrative più piccole come le aree metropolitane e le associazioni di comuni.
Tutte le infatuazioni sulla fine degli Stati-Nazione legati all’ipotesi di “fine della storia” o di democrazia globale, si sono dimostrate ridicolmente fallaci e lo stesso mito di uno Stato continentale europeo che potesse diluire in sé le storie nazionali è oggi seriamente messo in discussione dalle varie bocciature subite dalla Costituzione europea.
Quindi la Nazione resta, non solo nel passato ma anche nel futuro prossimo, ma va sicuramente rifondata, perché cresca sana e al sicuro dai molti nemici che vorrebbero metterne in discussione la sopravvivenza.
La Nuova Italia, quindi, si può fare, ma servono nuovi “costruttori della Nazione” che se ne assumano consapevolmente l’impegno. Questa figura dei “costruttori della Nazione” non è una mia invenzione poetica, ma una categoria coniata dal politologo norvegese Stein Rokkan, che nella sua teoria della genesi dei partiti politici sostiene che nella storia di ogni nazione si manifestano delle fratture (cleavages) che vedono contrapporsi gruppi sociali con interessi opposti, che possono essere di tipo materiale o ideologico e che quando queste fratture vengono politicizzate, cioè trasferite dal piano sociale a quello politico, è probabile che nascano nuovi partiti.
Oggi queste fratture sono evidenti e stiamo dibattendo della nascita di nuovi partiti. Oggi i nemici della Nazione sono riconoscibili ed è necessario che si rendano riconoscibili anche i suoi paladini. Chi saranno dunque questi nuovi fondatori? Quando inizierà la costruzione? A queste domande, sono convinto, c’è una risposta sola: se non noi, chi? E se non ora, quando?
Ben più paradossale, per lo stesso Revelli, dovrebbe essere dunque il fatto che al momento attuale, mentre da più parti e in più contesti si registra una effettiva sparizione della sinistra politica anche come insieme valoriale di riferimento, la destra appaia invece in buona salute politica e presenti dei connotati che il grande pubblico ritiene di conoscere e apprezzare.
Il problema, a ben vedere - tutto interno alla sinistra - è rappresentato dalla scelta, dal dopoguerra ad oggi, di rappresentare le due categorie politiche non come “luoghi” o porzioni dello spazio pubblico, bensì come opposti di un asse etico, nel quale a destra, inutile dirlo, stava tutto il male e a sinistra semplicemente il suo contrario. Venendo a mancare l’accettazione da parte dell’opinione pubblica di questa antitesi strumentale, la destra rimane con i suoi connotati veri o presunti e la sinistra - in quanto null’altro che antidestra - scompare.
Non tutti ricorderanno invece che il rilancio del dibattito sulle categorie destra/sinistra ha rappresentato un riuscito tentativo di dirottare - e così eludere - un confronto di gran lunga più fondamentale e potenzialmente fondante, lanciato da Ernesto Galli della Loggia nel 1996, all’indomani del crollo della prima Repubblica, con il suo saggio dal titolo La morte della Patria.
In quel libro, Galli della Loggia affermava qualcosa di importantissimo e deflagrante e cioè che tutti i problemi dell’Italia derivavano dal fatto che l’idea di Nazione fosse andata perduta, morta l’8 settembre e seppellita dalla retorica resistenziale. E in mancanza della Nazione anche i termini del dibattito politico nazionale, destra e sinistra appunto, non potevano avere declinazione.
A parte alcuni tentativi di controbattere a Galli della Loggia sul piano politologico, come il rilancio della tesi piuttosto debole di Gian Enrico Rusconi che sosteneva che in realtà al patriottismo della Nazione si era semplicemente sostituito il patriottismo della Costituzione, le reazioni furono perlopiù levate di scudi in difesa della resistenza, testimonianza del fatto che o non si era compresa l’istanza sollevata da Ernesto Galli della Loggia, o più semplicemente non se ne voleva parlare.
Noi - e quando dico noi, alludo a quelli che già allora si trovavano a intraprendere un cammino che proprio dal 1996 ha avuto declinazione ininterrotta e coerente sul mensile Area - raccogliemmo invece da subito quello stimolo di riflessione e, anche se continuamente distratti dalle contingenze della politica politicante e dalle emergenze di quella politicata, abbiamo mantenuto la riflessione sulla rinascita della Nazione come punto centrale della nostra visione strategica.
Un aneddoto che appartiene ad un passato che ormai appare pionieristico, può dare il senso di quanto questo punto sia stato fondante alle origini del nostro percorso.
Nell’estate del ’96 Gianni Alemanno costrinse me e Peppe Nanni ad una full-immersion di tre giorni per dare corpo ad un libro a sei mani che esplicitasse, anche in termini strategici, la visione di un progetto politico nuovo e rinnovativo, di cui noi ci proponevamo di essere i realizzatori, che ponesse nuovamente l’Italia al centro di ogni futura impresa.
Il libro, di cui ho ritrovato di recente l’articolato e completo indice, avrebbe dovuto chiamarsi Morte e rinascita della Patria, evidenziando anche nel titolo l’intenzione di proseguire dalla riflessione di Galli della Loggia.
Il libro non fu mai scritto e credo sia un peccato. Innanzitutto perché ritengo che sarebbe ancora di assoluta attualità, ma anche perché ho ritrovato in quegli appunti una chiarezza di indirizzo che nei dieci anni successivi abbiamo forse smarrito, tra il tentativo di far quadrare la spinta verso il futuro con le paure di perderci l’album dei ricordi di famiglia - paura quanto mai vergognosa, perché se c’era qualcosa che assolutamente andava preservato del nostro passato era la volontà di impossessarsi del futuro - e un po’ di provincialismo che ci ha fatto spesso preoccupare più della presentabilità della nostra immagine che non della validità della nostra missione.
Ora che tutte le scelte sbagliate o sterili sono state compiute e che tutti i successi a portata di mano sono stati conseguiti, credo che sia opportuno e necessario recuperare la chiarezza di visione che ci investì in quella fase, che fu sicuramente solstiziale, per noi e per la nostra Nazione.
Nessuno ricorderà forse un’altra formula di quella fortunata stagione, una formula che venne coniata senza alcuna valenza ideologica dalla stampa ma che poi assunse, grazie ad un’altra esperienza editoriale che era L’Italia settimanale di Marcello Veneziani, una forte valenza programmatica e volitiva: la Rivoluzione italiana.
La stampa, anche quella estera, si riferiva con tale formula al cambiamento radicale che avrebbe potuto verificarsi dopo Tangentopoli e dopo il fallimento del piano che vedeva i post-comunisti di Achille Occhetto riempire lo spazio di potere lasciato vuoto dalla sparizione dei socialisti e della democrazia cristiana.
Per noi, subito dopo, incarnò l’idea che questo cambiamento dovesse avere come asse portante la riscoperta dell’idea che non c’è nulla sopra la Patria e nessun interesse al di sopra di quello nazionale.
Quella rivoluzione si interruppe con la caduta del primo governo Berlusconi e a tutt’oggi attende di essere realizzata, ma in questi dieci anni ne abbiamo parlato così tanto che abbiamo forse perduto di vista il fatto che una rivoluzione nazionale non si fa semplicemente con delle riforme istituzionali. Manca ancora la rivoluzione culturale, senza la quale nessun cambiamento sarà duraturo.
Riporre la Nazione al centro, significa che l’interesse della Patria deve essere il quantum di qualsiasi proposta e iniziativa che prenderemo in considerazione da ora al futuro. Che si tratti del federalismo fiscale o della riforma degli ordini professionali, il fine ultimo di qualunque iniziativa deve essere il rafforzamento a lungo termine della coscienza nazionale, della coesione della comunità nazionale, della riscoperta del senso civico e della volontà di realizzare la Nazione come impresa comune.
Io resto per esempio dell’avviso, come sostenemmo in un numero di Area dal titolo “Apologia del piccolo”, che le dinamiche attuali portano inevitabilmente ad una riconsiderazione del decentramento amministrativo che ha assegnato troppo potere alle regioni, che in molti casi non si sono dimostrate all’altezza del compito gestionale, come nella spesa sanitaria, e che invece il nostro modello di federalismo debba fondarsi su unità amministrative più piccole come le aree metropolitane e le associazioni di comuni.
Tutte le infatuazioni sulla fine degli Stati-Nazione legati all’ipotesi di “fine della storia” o di democrazia globale, si sono dimostrate ridicolmente fallaci e lo stesso mito di uno Stato continentale europeo che potesse diluire in sé le storie nazionali è oggi seriamente messo in discussione dalle varie bocciature subite dalla Costituzione europea.
Quindi la Nazione resta, non solo nel passato ma anche nel futuro prossimo, ma va sicuramente rifondata, perché cresca sana e al sicuro dai molti nemici che vorrebbero metterne in discussione la sopravvivenza.
La Nuova Italia, quindi, si può fare, ma servono nuovi “costruttori della Nazione” che se ne assumano consapevolmente l’impegno. Questa figura dei “costruttori della Nazione” non è una mia invenzione poetica, ma una categoria coniata dal politologo norvegese Stein Rokkan, che nella sua teoria della genesi dei partiti politici sostiene che nella storia di ogni nazione si manifestano delle fratture (cleavages) che vedono contrapporsi gruppi sociali con interessi opposti, che possono essere di tipo materiale o ideologico e che quando queste fratture vengono politicizzate, cioè trasferite dal piano sociale a quello politico, è probabile che nascano nuovi partiti.
Oggi queste fratture sono evidenti e stiamo dibattendo della nascita di nuovi partiti. Oggi i nemici della Nazione sono riconoscibili ed è necessario che si rendano riconoscibili anche i suoi paladini. Chi saranno dunque questi nuovi fondatori? Quando inizierà la costruzione? A queste domande, sono convinto, c’è una risposta sola: se non noi, chi? E se non ora, quando?

