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lunedì 20 ottobre 2008

Haider, la morte e il diavolo



Un ricordo e un'analisi serena di Jorg Haider


Haider è morto, Viva Haider.
Eppure l'Austria non l'ha urlato a squarciagola.
Ha vissuto il lutto, com'è nel suo costume, silenziosamente, profondamente, intensamente. E a essa si è accodata, per convinzione o per forza, l'Europa spesso parolaia, fanfarona, ridondante.
Jorg Haider ha vissuto per anni l'ostracismo che in fondo anche in Italia marcò per decenni la destra Missina, e anche in Italia il leader Carinziano è stato spesso e ripetutamente massacrato, mediaticamente e non solo.
Categorie mentali cieche, pregiudizi e analisi affrettate, abili a distruggere uomini, idee, pensieri, bollandoli con i timbri dell'infamia.

Il diavolo si sa, si crea piu' facilmente quando non esiste, perchè gli si possono dare le forme, il viso, i colori che si preferiscono.
L'apice peggiore dell'antidemocraticismo nostrano si toccò nel Dicembre 2000, quando i centri sociali non videro di meglio di invadere Via della Conciliazione per impedire, democraticamente e violentemente, sia chiaro, l'esposizione in Piazza S. Pietro, di un albero proveniente dalla Carinzia.
Così, come non amare, dalla sponda destra della politica, irrazionalmente, istintivamente, un uomo osteggiato da tutti, tranne che dalle schede elettorali della propria gente?
Ora, un altro evento sacro, come la morte, richiama tutti a una riflessione che travalichi odi pregiudiziali e simpatie istintive.
Jorg Haider è stato alfiere di una visione patriottica molto lontana da una concezione di “grandeur” nazionale: una patria, quella Carinziana, ma il discorso mutatis mutandis, vale pressoché ovunque, fatta di montagne e strade pulite, di prati verdi e campanili svettanti nei cieli azzurri.
Ad essa si può rispondere con il pensiero di Josè Antonio Primo de Rivera “...cerchiamo di trovare nella patria qualcosa oltre il ruscello e la canzone romantica...”.

Due concezioni di nazionalismi differenti, dinanzi ai quali, per cultura, storia e formazione, siamo tentati di cedere verso quello che declini nel grande, nell'Impero,nell'espansione, e non nella chiusura,nella ristrettezza, nel microcosmo.
Tuttavia il micropatriottismo, in un Europa che cancella le micropatrie e le identità locali, in nome non di una missione comune, ma di un'accozzaglia generica di interessi male assembrata, pone degli interrogativi e delle riflessioni, che comunque non possono essere scissi dalla figura dell'uomo politico vicino alla gente, che catalizza il consenso di chi è vicino a lui.
Haider era realmente uomo politico popolare, in grado di incarnare la spinta proveniente dal basso (non in senso dispregiativo), la richiesta di governi amici, il buon senso a cui infornare la propria attività amministrativa.
Il leader forte eppure amato anziché odiato, capace di essere tanto malvisto nei salotti della finanza e nelle redazioni giornalistiche quanto benvisto tra i mercati rionali e in mezzo alla gente comune.
Nell'epoca della piena crisi del rapporto tra politica e cittadino, l'uomo politico che si pone come primo dei cittadini e al tempo stesso come loro servitore, non può che essere un esempio, semplice ma positivo.
Poco ci importa, o nulla, delle dicerie sulla vita privata di Haider, sulle bugie, vere o finte che siano, sui tentativi, peraltro falliti perchè l'opinione pubblica Austriaca è avanti anni luce rispetto alla nostra, di screditarlo post-mortem.
Poco ci importa anche come è morto, preferendo guardare come la sua vita politica pubblica sia stata infornata ai principi del sacrificio, della lotta quotidiana, della pulsione verso il bene della propria gente.
Nel Valhalla degli uomini politici, al giorno d'oggi, non si entra necessariamente con imprese guerriere: si entra portando come proprio curriculum avere servito la propria Patria, sia essa piccola o grande, sia essa una nazione o una vallata, con coraggio, onestà e dedizione.
Jorg Haider siede oggi in quel Valhalla, dove gode del silenzio meritato per il tanto clamore e lo strepitio dei piccoli uomini terrestri e invidiosi.