
La biografia di Berto Ricci, tratta da il sito www.iltricolore.org
Il giornalista fiorentino nasce nel 1905 e già da adolescente le sue capacità matematiche sono così sorprendenti tanto da farlo iscrivere prima all’Istituto tecnico «Galileo Galilei» e poi al Politecnico di Torino ad Ingegneria: dopo due anni, però, vista la sua scarsa attitudine al disegno tecnico, si trasferisce alla Normale di Pisa, per quella passione verso la matematica pura, che gli resterà tutta la vita. Si laurea, quindi, nel 1926 all’università di Matematica e Fisica di Firenze, a ventun’anni.
La cultura di Roberto Ricci è universale: scrive poesie, testi in prosa e si occupa di letteratura; i suoi miti fondanti sono Giordano Bruno, Ludovico Ariosto e Francesco Petrarca per quanto riguarda la formazione letteraria, mentre la sua anima politica si è nutrita delle teorie dell’anarchico francese Sorel e delle parole di Nietzsche che non ha certo bisogno di presentazioni. Di questo periodo giovanile ciò che colpisce di Ricci è la sua completa avversione al mondo borghese e clericale.
È anarchico, se la prende col moderatismo del Partito socialista, ma allo stesso tempo ha una visione antimaterialista della vita. Pare impossibile dunque che un uomo dalle idee politiche come quelle di Berto Ricci possa aderire al fascismo. Invece, intorno al periodo del servizio militare, rimane affascinato da Mussolini e medita sempre più una propria militanza fascista. Non è uno dei tanti omuncoli che si dicono fascisti dopo la Marcia su Roma e che dopo 25 aprile 1945 sono diventati tutti antifascisti.
L’adesione al fascismo è un passaggio compiuto con intelligenza. Vede in Mussolini l’unico uomo capace di sintetizzare e convogliare nello Stato tutte le differenze politiche italiane, come in realtà avvenne. Anarchici, socialisti, anche qualche comunista ha trovato spazio nel fascismo. Ricci capisce che «non hanno senso le parole “sinistra” o “destra” nel Fascismo».
Non sopporta la cultura neutrale né gli scrittori che non si degnano «di contaminarsi con attributi politici», e aggiunge: «Tra uno scrittore sovietico e uno senza connotati definiti che sia casualmente nato in Italia, scelgo il primo». Il vero nemico dell’idea fascista non è a Mosca ma a Chicago, definita «capitale del maiale» in contrapposizione a Roma «città dell’anima».
Sostiene che «la proprietà inviolabile è un dogma liberale non fascista, inglese e non romano: [la storia italiana] è storia di spogliazioni compiute dallo Stato per il popolo». Berto Ricci non è inquadrabile tra i personaggi inetti che sfruttarono l’onda fascista per ingrassarsi e costruirsi la villa in collina.
Nel 1931 Berto Ricci, insieme ai suoi amici e collaboratori di sempre, fonda il bimestrale L’Universale con «l’ambizione incredibile di portare la letteratura e l’arte all’altezza del primato». Aveva già pubblicato le sue poesie arrivando all’apice con l’uscita di Corona ferrea, ma ricordiamo Berto Ricci per l’esperienza straordinaria che è stata L’Universale, un giornale che pur essendo fascista non ha mai risparmiato critiche per niente e nessuno. Critiche ai futuristi, ai dannunziani, agli idealisti, agli artisti di regime, per non parlare dei vari gerarchi puntualmente bersagliati sul giornale diretto da Berto Ricci. Un giornale che rispecchia l’anima e lo spirito del fascista eretico: giovane e ribelle. Per questo la gioventù fascista guarda con simpatia ed ammirazione questo pazzo che ha l’ardore di dire ciò che pensa in qualunque momento. Quella che chiama «intelligenza rivoluzionaria» fa sì che tutto il giornale fosse un mezzo per migliorare lo Stato fascista, anche criticando gli uomini del regime. Ogni edizione de L’Universale era a rischio di censura; fino al 1935, quando dopo l’ennesima polemica con gli idealisti, il regime fa chiudere il giornale.
Arriviamo al 1939: Berto Ricci collabora con il Popolo d’Italia ed è viva in lui la speranza della guerra, vista come unica soluzione rivoluzionaria per accelerare lo scontro con il fronte capitalista, all’esterno, e combattere la borghesia ed i suoi privilegi, all’interno. In tutta la vita non ha mai chiesto favori a nessuno ma per arruolarsi chiede l’intervento di Pavolini, l’allora ministro della Cultura.
Dopo aver chiesto più volte il trasferimento per essere impiegato in prima linea, viene aggregato col grado di tenente al Reggimento artiglieria delle Camice nere e trasferito in Libia. Il 2 febbraio 1941 muore sotto un attacco aereo inglese «con il volto severo verso il cielo». Il suo è l’esempio di intellettuale fascista: scrive e muore con lo stesso amore per la Patria.